Quella che nelle intenzioni avrebbe dovuto rappresentare una prestigiosa celebrazione della canzone napoletana, candidata al riconoscimento UNESCO, si è rivelata invece l’ennesima produzione televisiva di RaiUno più concentrata sull’autocelebrazione che sull’oggetto stesso del racconto. Più che un autentico tributo a Napoli e alla sua tradizione musicale, lo spettacolo ha assunto i contorni di una lunga esibizione di orgoglio nazionale accompagnata da intermezzi musicali.
Dell’identità profonda della cultura partenopea, trasferita per l’occasione nella poco pertinente cornice dell’Arena di Verona, è emersa soltanto una rappresentazione superficiale. La narrazione si è sviluppata tra discorsi prolissi, retorica insistente e una struttura dispersiva che non è riuscita a restituire il valore e la ricchezza di una tradizione artistica secolare.
La conduzione di Milly Carlucci è apparsa poco in sintonia con il tema della serata. Il risultato è stato quello di una celebrazione istituzionale continua, nella quale le figure più rappresentative della cultura napoletana sono rimaste spesso in secondo piano, quasi fossero semplici comparse all’interno di un evento dedicato proprio a loro. E quando finalmente è stato concesso loro maggiore spazio, alcune scelte artistiche non hanno contribuito a valorizzarne appieno il contributo.
Con il passare delle ore è diventato sempre più evidente il sospetto che la canzone napoletana fosse utilizzata soprattutto come cornice narrativa. L’attenzione si è infatti spostata frequentemente verso altri temi — dalla lirica alle eccellenze gastronomiche, fino alle celebrazioni dell’identità nazionale — relegando la vera protagonista annunciata della serata a un ruolo marginale.
Neppure la presenza scenica e il talento di Sal Da Vinci sono riusciti a risollevare completamente le sorti di uno spettacolo che rischia di essere ricordato più per le sue contraddizioni che per i suoi meriti. Un evento sontuoso nelle forme ma debole nei contenuti, capace di apparire allo stesso tempo enfatico, disordinato e sostanzialmente inutile. Di quelle trasmissioni che, una volta concluse, lasciano nello spettatore una domanda inevitabile: ce n’era davvero bisogno?

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